Quando l’Hacking è etico: i White Hat
Con hacking etico ci si riferisce a una categoria di individui che impiegano tecniche illegali per individuare e sanare eventuali falle nella sicurezza dei sistemi informatici. Aziende e governi di tutto il mondo hanno cominciato ad assumere queste persone per proteggere e migliorare la propria cyber security.
I cosiddetti hacker white hat stanno via via diventando figure professionali sempre più richieste all’interno delle grandi società, dove la digitalizzazione è ormai fortemente presente. Si è quindi deciso di creare un vero e proprio corso di certificazione per riconoscere ufficialmente le competenze e la moralità di questi soggetti.
Le differenze fondamentali fra hacking etico e non etico
Molte delle contestazioni mosse verso la pratica dell’hacking etico nascono dal fatto che le differenze fra hackers white hat e black hat (hacker non etici) sono davvero sottili e legate principalmente allo scopo per cui si commettono certi tipi di cyber crimini.
I mezzi, le conoscenze e gli applicativi impiegati sono i medesimi da parte di entrambe le fazioni e buona parte degli oppositori a tale movimento fa leva proprio su questa realtà. Di fatto, chi sceglie di partecipare ai corsi formativi per diventare un hacker etico viene istruito nell’utilizzo di strumenti illegali, atti a compiere azioni criminose.
L’unica vera differenza fra i due tipi di hackers è legata, appunto, all’etica che muove l’una o l’altra corrente di pensiero: una desidera giocare d’anticipo, esponendo le vulnerabilità dei sistemi per migliorarne la sicurezza, mentre l’altra vuole sfruttarle per lanciare attacchi informatici volti a destabilizzare il sistema stesso.
La nascita di perplessità relative alla professione di hacker etico risulta quindi abbastanza comprensibile. Dopo tutto non è facile vincolare degli individui a una morale che, per quanto ferrea, rimarrà sempre soggettiva e vulnerabile a cambi di pensiero.
La certificazione per l’hacking etico
A discapito delle critiche mosse al movimento di hacking etico, società e governi hanno riconosciuto il valore di queste figure professionali, facendo segnare un drastico incremento nella richiesta di personale adeguatamente formato.
Nasce così la Certified Ethical Hacker (detta anche CEH): una vera e propria certificazione con valenza legale, che attesta non solo abilità e competenze tecniche dell’individuo, ma anche e soprattutto la morale con cui egli intende impiegarle.
L’organizzazione che ha dato vita alla certificazione per gli hacker white hat è l’International Council of Electronic Commerce Consultants, nota anche come EC-Council. Si tratta di una società fondata dopo gli attacchi al World Trade Center del 2001, il cui scopo principale è quello di educare e fornire strumenti efficienti per la lotta alla cyber criminalità.
Come si ottiene la CEH
La prova per diventare CEH (disponibile in oltre 60 Paesi) si struttura in 125 domande a risposta multipla da completare entro 4 ore di tempo e implica l’accettazione di 19 regole etiche fondamentali. Fra queste vi sono:
- l’impegno a rispettare le proprietà intellettuali;
- la conferma di non appartenere a gruppi hacker black hat;
- la volontà di utilizzare tecniche e strumenti solo nei tempi e nei modi previsti dal cliente o dal contratto.
L’accesso a questa prova è tuttavia riservato a persone con elevate competenze informatiche, che abbiano maturato un’esperienza di almeno due anni nel campo della cyber security.
Negli ultimi anni l’hacking etico è divenuto una professione riconosciuta a tutti gli effetti e caratterizzata da un notevole grado di responsabilità. La retribuzione è piuttosto elevata, come anche il livello di realizzazione personale provato da questa nuova tipologia di dipendenti.
