Lockdown e cambiamenti climatici: noi ci siamo fermati, loro no
Le emissioni inquinanti sono diminuite durante il periodo di lockdown, in primis per effetto del rallentamento (o in alcuni casi del blocco totale) di buona parte delle attività umane. Il valore di decremento massimo registrato è stato del 17%, ma è risultato insufficiente a scongiurare la crisi climatica.
Gli studi condotti suggeriscono, infatti, che tale dato ha generato un impatto minimo sulla concentrazione di CO2 nell’atmosfera. Ciò significa che i cambiamenti climatici in atto non verranno in alcun modo rallentati e che, secondo le stime, il prossimo quinquennio sarà fra i più caldi in assoluto.
Concentrazione di gas serra in aumento
Il fattore più preoccupante è rappresentato dalla concentrazione di gas serra nell’atmosfera. L’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) ha presentato numeri davvero poco rassicuranti in merito, che dimostrano come il tasso di CO2 continui ad aumentare di anno in anno.
Solo nella prima metà del 2020, le emissioni di biossido di carbonio erano superiori a 410 parti per milione (ppm), con stazioni di rilevamento tipo Mauna Loa (Hawaii) e Cape Grim (Tasmania), che a luglio 2020 hanno rispettivamente registrato 414,38 ppm e 410,04 ppm, contro le 411,74 ppm e le 407,83 ppm del 2019.
Tali dati lasciano appunto intuire che la riduzione delle emissioni conseguente al lockdown non avrà un impatto abbastanza significativo sulla crisi climatica globale. Ciò dipende innanzitutto dal fatto che il valore del 17% è solo il picco massimo raggiunto durante i mesi di chiusura forzata e che la media reale si aggira fra il 4% e il 7% (statistiche paragonabili a quelle del 2006, ma ancora troppo misere).
Oltre a quanto appena detto, va poi specificato come alle emissioni di CO2 derivate dalla combustione dei carboni fossili, vadano aggiunte anche quelle prodotte dal metano (anch’esse in netto aumento rispetto agli anni precedenti).
Cambiamenti climatici: cosa aspettarsi nei prossimi anni
Il fallimento di tutti gli obbiettivi concordati a Parigi (per contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 °C rispetto ai livelli preindustriali) avrà gravi conseguenze. I cambiamenti climatici degli scorsi anni ne sono già una prova piuttosto concreta.
La media delle temperature fra il 2016 e il 2020 è stata la più alta mai registrata e, se non si prenderanno i dovuti provvedimenti, si stima che da qui al 2024 sarà solo destinata a salire. Le previsioni suggeriscono che ci si sta avvicinando pericolosamente al “punto di non ritorno”, momento in cui qualunque azione intrapresa risulterà vana.
Negli ultimi anni il ghiaccio marino artico ha mostrato una riduzione massiccia della sua estensione, con un conseguente innalzamento del livello del mare. Tali variazioni hanno dato origine a fenomeni naturali dalla terribile potenza distruttiva, causa di catastrofi in tutto il pianeta.
Continuando su questa strada, con emissioni fuori controllo e scarse misure di prevenzione, si prospettano periodi di siccità alternati a inondazioni, con eventi meteorologici sempre più violenti. Uno scenario apocalittico che finirà per compromettere definitivamente l’ecosistema mondiale.
L’uomo deve comprendere che le sue azioni hanno conseguenze davvero devastanti sul delicato equilibrio del pianeta e che, se non agirà in fretta, distruggerà l’unica casa in suo possesso. Il lockdown ha dimostrato come, con un impegno massivo e congiunto, sia possibile cambiare il corso degli eventi, ma servono costanza, lungimiranza e buon senso.
La ripresa dalla pandemia dovrà quindi essere all’insegna della sostenibilità, con soluzioni di sviluppo pulite e incisive sul lungo termine. Ciò richiede la collaborazione di tutte le nazioni, con accordi dettagliati e iniziative ecosostenibili. Solo così si potrà costruire una reale opportunità per un futuro migliore.
