Disconnessione: è già un diritto?
Ormai da diverso tempo si sente sempre più spesso parlare di diritto alla disconnessione: una questione nata negli ultimi anni, a causa del troppo tempo trascorso dai lavoratori davanti a dispositivi tecnologici quali i PC, gli smartphone o i tablet.
Il vero problema risiede nel fatto che il lavoratore, per esempio, dotato di telefono aziendale vive in una costante situazione di stress da risposta. Cosa succederebbe se non rispondesse a quella mail ricevuta alle ore 22:00 di sabato sera? Un semplice richiamo o il vero e proprio esonero?
Certo per capire come comportarsi nelle singole casistiche, il dipendente deve conoscere le normative dell’azienda sull’utilizzo dei dispositivi fornitigli e sul diritto alla disconnessione. Questo per il semplice fatto che, a seconda del ruolo ricoperto, gli obblighi cambiano in toto.
Il personale medico e paramedico, per esempio, ha già prevista un’indennità contrattuale che lo obbliga ad essere reperibile anche in fasce orarie diverse da quelle dei normali turni. Ma tale discorso non vale per tutti i lavoratori.
La prima Nazione a essersi mossa verso il diritto alla disconnessione è stata la Francia, quando nel 2015 ha deciso che i dipendenti non dovevano più rispondere a mail e telefonate di sera e durante i weekend (regola resa valida dal primo gennaio 2016 e introdotta con l’art. 55 della Loi Travail).
Se poi in Germania realtà come Volkswagen hanno di propria iniziativa deciso di interrompere le comunicazioni lavorative nella fascia oraria compresa tra le 18:15 e le 7 del mattino successivo, nel Regno Unito si è istituita una mezza giornata al mese senza invio-ricezione di e-mail.
Anche in Italia è stato introdotto il diritto alla disconnessione che, a livello legislativo, si è ad esempio tradotto nella comparsa dell’articolo 3, comma 7 del disegno di legge 2229 annesso al lavoro agile e del D. Lgs. 66/2003 sull’orario di lavoro.
Normative diverse il cui obiettivo comune è quello di consentire ai dipendenti in possesso di dispositivi aziendali, di potersi disconnettere durante il proprio tempo libero, senza dover continuamente rispondere a mail, messaggi e chiamate.
Ma le normative così come sono impostate allo stato attuale dei fatti, non sembrano soddisfare a pieno né le esigenze delle imprese, né quelle dei lavoratori. Questo almeno quanto detto dall’avvocato giuslavorista Francesco Rotondi.
Secondo lo stesso, infatti, nelle leggi attuali si tende a parlare di diritto alla disconnessione, senza precisare quando c’è l’obbligo alla connessione. Ma prima di stabilire qualsiasi modalità di disconnessione, bisognerebbe disciplinare l’intera esecuzione del rapporto professionale.
In aggiunta a ciò, l’avvocato precisa anche il fatto che, se in passato i dipendenti che andavano in ufficio erano concentrati durante tutte le ore della giornata lavorativa, oggi con l’introduzione dello smart working non è più così, perché i lavoratori agili possono per esempio essere distratti da:
- chiamate;
- messaggi privati;
- Social Network;
A suo avviso, quindi, visto che si parla tanto di diritto alla disconnessione per dare ai dipendenti il tempo libero spettante, bisognerebbe allora anche parlare dei diritti che le aziende hanno sui dipendenti agili e delle tutele per difendersi da eventuali negligenze degli stessi.
La situazione resta dunque piuttosto caotica, ma per renderla più limpida e giusta nei confronti di ambo le parti (aziende e lavoratori) servono disposizioni specifiche, che definiscano in modo equo ruoli, diritti e doveri del singolo. Attendiamo quindi di vedere se l’intervento normativo che verrà messo in atto nel nostro Paese riuscirà a soddisfare effettivamente le esigenze reciproche.
