Augmented Humanity: supporto all’umanità o rimpiazzo?
La parola augmented humanity (umanità aumentata) esprime il concetto secondo cui la tecnologia, un giorno, arriverà a essere talmente onnipresente nelle vite degli esseri umani da diventarne praticamente imprescindibile. Pur sembrando l’inizio di un classico della fantascienza, è innegabile che la direzione verso cui il mondo si sta orientando sia proprio quella.
Basti pensare a come la vita quotidiana di ogni individuo sia cambiata nel giro di un ventennio. Gli smartphone, gli smartwatch, le smartTV e altri dispositivi concepiti per interagire direttamente con l’essere umano, sono ormai presenti in qualunque ambito (lavorativo e non).
La teoria dell’Ubiquitous computing
Questa evoluzione verso l’augmented humanity è stata teorizzata già nel 1991, prendendo il nome di Ubiquitous Computing (contratto in seguito con Ubicomp). Essa si suddivide in tre fasi principali, che sottolineano il cambiamento del rapporto uomo-macchina:
- la prima fase è quella del Mainframe, ovvero molte persone per un solo computer;
- la seconda fase ha profetizzato la nascita dei personal computer, basandosi sul paradigma una persona per un computer;
- la terza fase (quella dell’epoca attuale e del prossimo futuro) riguarda i dispositivi smart e ruota intorno al concetto di molti computer per un singolo individuo.
In quest’ultima fase ci si riferisce nello specifico all’ubiquità dei computer (e dei dispositivi ad essi correlati) come ad un modo per gli esseri umani di rimanere sempre connessi. Il passaggio fra un dispositivo e l’altro avviene con totale naturalezza.
Osservando le abitudini quotidiane delle persone di questo preciso periodo storico, è impossibile non trovare conferma della teoria sopra citata. Basta pensare a come si passa da smartphone a schermo del pc semplicemente alzando gli occhi (perfino per guardare l’ora ci si affida a tecnologia wearable, come gli smartwatch o altri dispositivi).
Come cambierà il mondo del lavoro con l’augmented humanity
L’evoluzione tecnologica in atto non riguarda solo il tempo libero e la vita quotidiana ma, anzi, la sua preponderanza è ancora più tangibile nel mondo del lavoro. La nascita delle IA, lo sviluppo di macchine sempre più autosufficienti e il progressivo calo del personale necessario per lo svolgimento di compiti di routine, sono campanelli d’allarme da non ignorare.
La preoccupazione condivisa da molti operai sul rischio di essere definitivamente rimpiazzati dalle macchine è più che comprensibile, ma l’augmented humanity sembra aver pensato anche a questa eventualità.
Secondo alcune previsioni non saranno solo le tecnologie a evolvere, ma anche gli esseri umani. Delegando compiti ripetitivi e meccanici ai robot, l’uomo acquisirà un ruolo differente, con maggiori responsabilità. Nasceranno nuove professioni e vi sarà una standardizzazione delle capacità umane.
I lavoratori del futuro non saranno più vincolati dal livello d’istruzione, dal genere o dalla provenienza geografica: esisteranno solo persone impiegabili e non impiegabili. Le reali differenze fra l’uno e l’altro individuo verranno determinate da abilità e passioni.
Il ruolo dell’impiegato umano sarà inerente più al mindfulness che al lavoro fisico e saranno privilegiate idee e creatività sopra ogni altra cosa. Questo aspetto sarà legato in parte a quello che si definisce Everchanging Business Model.
Si tratta di un nuovo metodo di produzione, in cui il ciclo vitale dei prodotti sarà drasticamente più corto e spesso troncato ancor prima che giunga all’apice delle sue potenzialità. Ciò sarà dovuto ad una continua richiesta di innovazione da parte del pubblico (cosa che comincia già a verificarsi se, per esempio, si pensa alla velocità con cui vengono prodotti nuovi modelli di smartphone).
