Tracking app: come funzionano
Le tracking app anti coronavirus sviluppate da diversi Paesi stanno facendo molto discutere e indignare tante persone che, sentendosi minacciate dalle stesse, manifestano preoccupazioni comprensibili, ma basate su una scarsa conoscenza del funzionamento e degli obiettivi di tali software.
Il loro scopo, infatti, è quello di tenere traccia delle aree di contagio e dei contagiati, senza tuttavia violare la privacy dei singoli individui. L’uso delle applicazioni, oltre a essere volontario e anonimo, si basa su uno scambio di dati via bluetooth con i dispositivi di altre persone, che hanno liberamente scelto di utilizzare le suddette tecnologie.
Sviluppo dell’API di supporto
Prima di analizzare nel dettaglio il funzionamento delle tracking app, è necessario aprire una breve parentesi sull’API (o interfaccia di applicazione). Questa architettura costituisce la base software per far girare le app di tracciamento sui sistemi operativi degli smartphone.
Sono ben 22 i Paesi che hanno commissionato a Google e Apple lo sviluppo di un’API capace di supportare le applicazioni di tracciamento proprietarie (tutte differenti per ogni Paese: in Italia ad esempio c’è “Immuni”). I due colossi dell’hi-tech sono al lavoro da quasi due mesi per aggiornare i rispettivi sistemi operativi (Android e iOS), in modo da soddisfare le richieste dei Governi.
Le stesse società californiane hanno unito gli sforzi, realizzando un’unica API per entrambi i sistemi operativi. Ciò garantisce che i software di tracciamento sviluppati dai vari Stati possano girare liberamente su qualunque dispositivo, a prescindere che si utilizzi Android o iOS.
Nell’API sono codificate tutte le funzionalità di base e le regole che permettono alle tracking app di funzionare correttamente. Lo scambio di informazioni avviene tramite bluetooth e solo fra gli smartphone che hanno scaricato e abilitato l’applicazione di tracciamento (l’API, senza questi software, è inutile).
Per assicurare il massimo rispetto della privacy, le informazioni sono codificate attraverso codici – ID generati casualmente e nessun dato personale del proprietario del telefono viene in alcun modo diffuso.
Come funzionano le app di tracciamento
Il funzionamento delle tracking app è piuttosto semplice: all’utente che scarica l’applicazione sul proprio telefono viene chiesto se desidera attivare la funzione “Covid-19 Exposure notification”. Solo dopo aver accettato, il software comincia a scambiare dati con gli altri smartphone nei dintorni.
Se si è stati contagiati dal virus, si può decidere di rendere pubblica l’informazione (senza specificare la propria identità), compilando un’apposita scheda. A questa va poi allegato un identificativo del test effettuato, completo di data. In tale modo, chi si trova nelle vicinanze di un infetto riceve la notifica “Possibile esposizione al Covid-19”, con la data del presunto contagio.
Quello che si deve fare dopo è a discrezione dei rispettivi sistemi sanitari nazionali. Le disposizioni per l’Italia non sono ancora stare rese note, ma si possono ipotizzare soluzioni come l’auto-denuncia, la richiesta di un tampone o l’auto-quarantena.
Le tracking app tracciano la posizione dell’utente?
Una delle preoccupazioni più comuni delle persone è la possibilità che le tracking app tengano traccia dei loro spostamenti. Google e Apple, quando hanno accettato di sviluppare la tecnologia dell’API, hanno posto condizioni ferree in merito alla garanzia della privacy per i propri utenti.
Per questo motivo è stato scelto il bluetooth (oltre che per un minor impatto sul consumo energetico dei dispositivi) rispetto al GPS o al Wi-Fi. Nessuno spostamento viene quindi registrato tramite geolocalizzazione, poiché le informazioni sono scambiate solo con i telefoni in prossimità di quello dell’utente.
In aggiunta a tutto ciò è anche stato reso noto il fatto che, al termine della pandemia, l’API verrà disattivata automaticamente, rendendo le app di tracciamento non più funzionanti.
