Clorofluorocarburi (CFC): una minaccia incombente
I CFC o Clorofluorocarburi sono dei gas dall’alto impatto ambientale. Essi costituiscono il pericolo maggiore per il prezioso strato di ozono che protegge la Terra e la isola dalle radiazioni ultraviolette. Per tale ragione il protocollo di Montreal ne ha vietato l’uso e la produzione nelle attività umane.
I ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology), tuttavia, hanno scoperto l’esistenza di fonti naturali che continuano a emettere CFC nell’atmosfera. Si parla in particolare del CFC-11: una sostanza che si utilizzava per la produzione di refrigeranti e schiume isolanti, bandita a partire dal 2010.
Gli oceani e l’assorbimento dei CFC
Uno dei principali strumenti su cui si è fatto affidamento nel corso degli anni per contenere e mitigare l’inquinamento prodotto dai CFC, sono gli oceani. Questi preziosi alleati hanno da sempre svolto un ruolo cruciale nell’assorbimento dei clorofluorocarburi (soprattutto del CFC-11).
Si stima che, in media, le acque mondiali riescano a immagazzinare il 5-10% di tutte le emissioni di CFC-11 prodotte, stoccandole in profondità in maniera del tutto naturale (non a caso i CFC marini sono stati utilizzati a lungo come traccianti per studiare le correnti oceaniche).
Ciò ha contribuito nettamente a evidenziare il drastico calo della concentrazione del gas nello strato di ozono ma, nonostante finora tutto questo sia stato considerato come un bene per gli esseri umani, le ultime scoperte hanno iniziato a destare preoccupazione nei ricercatori.
Per anni l’assorbimento dei CFC da parte degli oceani è passato inosservato, ritenendo che la loro capacità di immagazzinare il pericoloso gas fosse pressoché inesauribile. Gli studiosi del MIT, però, hanno constatato che non è così e che presto i mari di tutto il mondo arriveranno al livello di saturazione massima.
Le conseguenze della saturazione e le ripercussioni sull’atmosfera
Anche se il raggiungimento del picco di saturazione è previsto intorno al 2075, l’evento più preoccupante si verificherà a partire dai successivi 55 anni. Gli oceani smetteranno di assorbire i CFC e cominceranno invece a emetterli nell’atmosfera in quantità tali da far pensare che qualche nazione stia violando il protocollo di Montreal.
Ulteriori stime suggeriscono inoltre che, se gli esseri umani continueranno a non abbassare le emissioni di altri agenti inquinanti, il processo sopra descritto potrebbe avvenire con addirittura 10 anni di anticipo.
Questo perché il riscaldamento globale, determinato dalla mancata schermatura contro le radiazioni ultraviolette, porterà gli oceani a incrementare le rispettive temperature e di conseguenza a ridurre la loro capacità assorbente.
Simulazioni tramite la comparazione di modelli complessi
Al fine di capire come il cambiamento climatico impatterà sulle capacità di assorbimento dei CFC da parte degli oceani, i ricercatori del MIT hanno utilizzato una gerarchia di modelli per le simulazioni.
Sono partiti da un semplice modello dell’atmosfera e degli strati superiore e inferiore dell’oceano (ripetendo l’esperimento sia per l’emisfero settentrionale che per quello meridionale), a cui hanno poi aggiunto le emissioni antropogeniche di CFC-11 che erano state precedentemente segnalate nel corso degli anni.
La simulazione è stata fatta partire dal 1930 fino ai giorni nostri e i risultati restituiti sono stati coerenti con quanto si sta effettivamente verificando. Ciò ha permesso di ritenere attendibili anche i valori sopra discussi, i quali suggeriscono che, entro il 2145, gli oceani diventeranno a tutti gli effetti degli emettitori di CFC.
Questa importantissima scoperta aiuterà i ricercatori futuri a scongiurare eventuali errori nella formulazione di ipotesi e, magari, consentirà loro di preparare un piano d’azione per intervenire adeguatamente.
