Le conseguenze dell’emergenza Covid-19 su università e lavoro
Le conseguenze dell’emergenza Covid si stanno facendo sentire più o meno in tutti settori produttivi. Uno dei principali campanelli d’allarme arriva, però, dall’ambito universitario che, durante gli ultimi due anni segnati dalla pandemia, ha registrato una drastica e costante riduzione degli iscritti.
Nell’Italia della ripresa, la carenza di nuovi studenti all’interno degli atenei sembra andare di pari passo con un netto decremento della disoccupazione giovanile: fenomeno particolare (confermato dalla crescita della domanda di lavoratori sprovvisti di determinate specializzazioni), che sta spingendo molti neo diplomati e non proseguire gli studi.
Covid e università: un binomio sempre più antitetico
Quello appena trascorso è stato un biennio molto complicato, in cui il coronavirus ha cambiato drasticamente il modo di vivere dell’intera popolazione globale. Tra le varie categorie di persone, sono stati proprio gli studenti a pagarne il prezzo maggiore, perché i lockdown forzati e la didattica a distanza hanno letteralmente stravolto le loro abitudini.
Il recente disinteresse da parte dei diplomandi verso gli studi accademici, non sta facendo altro che peggiorare ancora di più la già precaria situazione dell’università italiana: ambiente considerato (anche prima della pandemia) il fanalino di coda europeo, con solo il 20,1% dei laureati rispetto al 32,8% della media continentale.
Un calo delle iscrizioni era già stato riscontrato nell’anno 2020, ma si era ipotizzato che i giovani (a causa della crescente preoccupazione nei confronti della situazione sanitaria) avessero preferito prendersi un anno di riposo e proseguire i piani di studi nel 2021.
Aspettative completamente disilluse, soprattutto se si guarda ai dati delle immatricolazioni per il 2022, con oltre 10.000 studenti in meno rispetto all’anno scorso. Confrontando poi i numeri attuali e quelli del 2020, il decremento risulta ancora più evidente, con ben 24.000 registrazioni mancanti.
Il medesimo scenario si sta comunque verificando anche in altri stati come gli USA che, sempre per effetto della pandemia, hanno visto solo il 2% degli studenti ritornare al collage e oltre 1.000.000 di iscritti in meno.
Conseguenze dell’emergenza Covid a livello professionale
Come anticipato (e a dispetto di quanto si sarebbe potuto pensare), le statistiche appena descritte derivano da una serie di conseguenze annesse al Covid che, in Italia, hanno stranamente ridotto la disoccupazione giovanile.
La tendenza in questione è imputabile al fatto che, se oggi si possiede ad esempio un diploma meccanico o informatico, diventa abbastanza facile trovare lavoro. Il vero pericolo di tutto questo, però, è che sempre più neo diplomati (allettati dalla prospettiva di un impiego sicuro), preferiscano imboccare la strada professionale, piuttosto che mirare a una formazione accademica.
I ragazzi sanno perfettamente che la laurea offre (in molti casi) posizioni di prestigio e stipendi nettamente superiori, ma sono scoraggiati da ostacoli tipo il difficile percorso da affrontare, i lunghi anni di studio previsti e la precaria situazione economica di tante famiglie (spesso annessa proprio al coronavirus).
Come riflesso e aggravante della suddetta problematica, c’è anche l’incapacità da parte di certe aziende di trovare candidati adeguati: visto che le nuove generazioni considerano meno importanti i percorsi universitari (e per questo restano con delle competenze basiche), sono difficili da reperire specifiche figure professionali formate in maniera adeguata.
Tra le ulteriori conseguenze dell’emergenza Covid, rientrano poi fenomeni tipo l’incremento dello smart working: modalità di lavoro agile che da un lato ha avuto ripercussioni positive sull’ambiente (meno spostamenti e meno emissioni nocive), ma dall’altro è stato deleterio per alcune attività come bar e ristoranti, che hanno visto perdite pari a 850 milioni di euro.
