Criptovalute e anonimato: come cambia la privacy
L’anonimato è da sempre un aspetto discusso delle criptovalute. All’inizio dell’anno, la discussione sul tema è arrivata al World Economic Forum, dove il direttore generale dell’FMI ha puntato il dito su un pericolo molto concreto, ossia l’utilizzo delle valute digitali per illeciti normativi come i finanziamenti al terrorismo e il riciclaggio.
Dal dibattito appena citato, è emersa l’importanza di mettere a punto sistemi in grado di assicurare l’utilizzo lecito delle criptovalute. In questi ultimi anni, il legislatore non è certo rimasto fermo in merito. Ci sono infatti delle norme comunitarie molto specifiche, che impongono agli operatori l’identificazione delle controparti.
A contribuire al tramonto della corrispondenza tra le criptovalute e l’anonimato potrebbe essere Amazon. Il colosso di Bezos ha infatti messo a punto una tecnologia in grado di combinare in un flusso di dati unico le transazioni in Bitcoin con informazioni di carattere personale su chi ha eseguito le transazioni stesse.
Oggi come oggi, l’unica modalità per identificarle è l’indirizzo del wallet (portafoglio elettronico). L’indirizzo in questione è una stringa alfanumerica non riconducibile a una persona fisica specifica. Questo aspetto è stato fondamentale per il successo di Bitcoin e altre criptovalute.
Amazon, come già detto, ha in progetto di superare questo sistema grazie all’incrocio di dati provenienti da fonti come gli indirizzi IP di chi effettua le transazioni. Mappare gli indirizzi IP degli utenti Bitcoin potrebbe essere molto facile. Ogni singolo client della rete bitcoin – si può utilizzare anche la dicitura nodo Peer to Peer – è infatti in grado di collezionare indirizzi IP da altri nodi della rete, limitando il tutto a un elenco di 20480 unità.
Nei casi in cui riceve richieste di indirizzi da altri nodi, restituisce un massimo di 2500 IP. Grazie a tale processo, la compilazione di una lista corposa degli indirizzi IP dei nodi che costituiscono la rete può rivelarsi un’operazione agevole.
Qualcuno potrebbe affermare che, con la rete TOR, basta poco per occultare un IP. Non bisogna però negare che TOR non è infallibile e che si può anche costringere un nodo già configurato a rifiutare le connessioni a questo servizio di anonimizzazione.
Tornando un attimo alla tecnologia su cui sta lavorando l’azienda di Bezos, bisogna ricordare che potrebbe prendere in considerazione anche altri dati, ossia gli indirizzi fisici a cui viene spedita la merce acquistata online tramite le criptovalute.
In poche parole, avvalendosi del supporto dei Big Data e facendo riferimento anche all’Intelligenza Artificiale, riuscirebbe a tracciare e identificare ogni singola transazione di criptovalute.
Il progetto in questione ha una genesi che dura da diversi anni. Amazon, infatti, ha depositato la richiesta di brevetto nel 2014. Solo ad aprile di quest’anno è stato però possibile avere dei riscontri i merito a un’idea che, a detta dei portavoce del colosso di Seattle, potrebbe cambiare la vita a governi, polizia ed enti che operano nel settore fiscale.
Una volta perfezionato l’approccio di gestione dei dati, si riuscirebbe infatti a tenere traccia di tutte le transazioni valutarie che avvengono in rete ogni singolo giorno (si parla di un volume pari a circa 500 miliardi di dollari annui).
A questo punto, dal momento che l’azienda non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, non resta che attendere gli sviluppi di questa tecnologia dedicata alle criptovalute e capire quanti e quali partner Amazon riuscirà a trovare per il progetto.
