Riscaldamento globale: cosa è cambiato dall’emendamento di Kigali
Il 15 ottobre 2016, 197 Paesi si sono riuniti per approvare l’Emendamento di Kigali del protocollo di Montreal, da cui è derivata la decisione di attuare delle ferree manovre per osteggiare il riscaldamento globale, abbassando le emissioni degli idrofluorocarburi HFC.
Questi ultimi rappresentano dei potenti gas serra (usati nei condizionatori e frigoriferi come refrigeranti), in grado di incanalare un quantitativo di calore fino a 15 mila volte superiore rispetto all’anidride carbonica e di interferire sui cambiamenti del clima.
Secondo gli accordi presi, le Nazioni più sviluppate dovranno ridurre i consumi di HFC entro il 2019, mentre quelle in via di sviluppo entro il 2024-2028. Di fatto, comunque, nel 2040 tutti i Paesi avranno il dovere di consumare il 15-20% di HFC in meno rispetto alle rispettive quote di base.
In aggiunta a ciò, è anche stato concordato che per ottenere tali risultati le Nazioni sviluppate dovranno poi erogare una somma di denaro pari ad alcuni miliardi di dollari, che serviranno per trovare delle alternative agli idrofluorocarburi.
Tutto questo è stato stabilito con l’obiettivo di mantenere le promesse fatte alla Conferenza sul clima di Parigi, nella quale si è deciso di impegnarsi per mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2 °C.
Il 17 luglio 2017, invece, è stato approvato dell’Unione Europea il quinto e ultimo emendamento di Kigali del protocollo di Montreal, nel quale è stata aggiunta una riduzione progressiva della produzione e del consumo di HFC.
Ma, come detto, gli emendamenti sono stati cinque e i precedenti quattro includono:
- quello con decisione 91/690/CEE del Consiglio;
- quello con decisione 94/68/CE del Consiglio;
- quello con decisione 2000/646/CE del Consiglio;
- e quello con decisione 2002/215/CE del Consiglio.
A dicembre dell’anno scorso, la European Environment Agency (EEA) ha prodotto un rapporto, nel quale si afferma che il 2016 per l’UE è stato l’anno con minore consumo di HFC (risultato registrato da quando nel 2007 sono stati introdotti i registri).
Ma non è tutto: già nel 2015 si sono visti consumi inferiori del 14% rispetto ai limiti da non superare in Europa entro il 2019. Fenomeno assolutamente rincuorante, che ci fa ben sperare per un futuro in cui forse saremo davvero in grado di controllare meglio le sostanze che riducono lo strato di ozono.
Sempre stando al rapporto prodotto dall’Agenzia europea dell’ambiente EEA, la fornitura di gas fluorurati è calata di 2 gradi percentuali in termini di anidride carbonica equivalente nel 2016, anche se si è notato un incremento del volume complessivo.
Tutto questo deriva certamente dall’utilizzo di gas più rispettosi del pianeta e dotati di un minore potenziale di riscaldamento. Gas che, oltre a meglio adattarsi alle esigenze del clima, causano sullo stesso un impatto decisamente ridotto.
Dai risultati del rapporto in questione è poi emerso che, se le importazioni dell’Unione Europea dei gas fluorurati sono cresciute del 2%, le importazioni di bulk di idrofluorocarburi sono però addirittura calate del 4%.
Questa una breve panoramica della situazione verificatasi dopo l’emendamento di Kigali, dal quale si sono certamente compiuti dei passi importantissimi, anche e soprattutto a livello europeo. Ambiente dove le promesse fatte sembrano essere prese davvero sul serio.
Nonostante quanto appena detto, però, bisogna continuare a impegnarsi affinché tutte le Nazioni del mondo proseguano verso questa strada. Una strada a senso unico, che ci permetterà di ridurre almeno in parte le principali cause del riscaldamento globale.
