Hacking: verità e interpretazioni del fenomeno
Quello dell’hacking è un universo complesso spesso accompagnato da stereotipi. Non è infatti raro sentire parlare degli hacker, professionisti ed esperti di IT con doti particolarmente creative, come di individui che agiscono ai margini della legalità e della società. In realtà, quando si chiama in causa questo universo, si inquadra una vera e propria comunità che si incontra durante raduni internazionali (tra i più famosi ci sono il DefCon di Las Vegas e l’Hack di Parigi).
Nonostante la maggior parte dei nomi di queste persone sia nota soprattutto tra gli addetti ai lavori (gli unici in grado di riconoscere le loro effettive abilità), alcuni hacker hano raggiunto fama internazionale con il loro operato. Basta citare Julian Assange ed Edward Snowden per capire che ciò che ruota attorno all’hacking non è affatto una celebrazione dell’ego del genio informatico e individualista.
L’opera di diversi cyber attivisti è stata cruciale in momenti di importanza storica, come per esempio la primavera araba del 2011. In questo specifico frangente si è rivelata particolarmente rilevante l’azione degli agenti del gruppo Telecomix, che hanno aiutato le popolazioni di Siria ed Egitto a bypassare la censura sul web messa in atto dai regimi al potere nei due Paesi.
Profili hacker
I luoghi comuni che circondano il mondo dell’hacking sono la principale causa della poca conoscenza che il grande pubblico ha dei diversi profili attivi in questo ambito. Esistono infatti diverse tipologie di hacker. Quelli che agiscono con finalità criminose sono i cosiddetti black hat, mentre i cyber attivisti che si muovono in maniera etica sono noti come white hat. Coloro i quali agiscono a metà tra questi due poli vengono invece chiamanti grey hat hacker.
Lo scenario è davvero ricco e comprende anche i blue hats, denominazione coniata da Microsoft per definire i cyber attivisti impegnati nell’implementazione della sicurezza informatica e nella ricerca di eventuali vulnerabilità nei sistemi aziendali.
I rapporti con le aziende e con le autorità politiche
Il mondo degli hacker è ormai legato a filo doppio a quello dei grandi gruppi aziendali. Società di fama internazionale come Hewlett-Packard e Qwant hanno ammesso di aver fatto ricorso al bug bounty, pratica che prevede il versamento di laute ricompense in denaro per la segnalazione di bug da parte di professionisti esperti nella loro individuazione.
Alcuni dei cyber criminali dei passati decenni sono oggi consulenti per la sicurezza di grandi gruppi societari. Altri, come per esempio Assange e Snowden, sono considerati criminali e traditori della patria, a dimostrazione di come il processo di normalizzazione sia ancora lontano dal dirsi completo.
Contano infatti molto i rapporti che le singole figure o i collettivi hanno con le autorità politiche. In Germania, per esempio, i pirati informatici sono accettati dal panorama istituzionale. Per capirlo basta ricordare che il Chaos Computer Club, un gruppo di hacker dalla lunga storia, collabora spesso con il governo. Il loro ruolo è stato cruciale per la mancata introduzione dell’utilizzo di sistemi di sicurezza biometrici. Il gruppo CCC ne ha sottolineato la poca sicurezza arrivando a dimostrare la possibilità di clonare l’impronta digitale del Ministro dell’Interno.
Meno facile è invece la situazione degli hacker in Francia, con una community avente una relazione poco idilliaca con il governo e da tempo infiltrata nei servizi segreti. A livello nazionale – e non solo – ha fatto particolarmente scalpore il caso del cyber attivista Oliver Laurealli, condannato per atti di pirateria informatica a causa della sua attività di divulgazione di informazioni riservate dell’ANSES, l’Agenzia Nazionale di Sicurezza Sanitaria e Alimentare.
