Smartphone: quando l’informatica inquina
Il binomio informatica e inquinamento non è certamente il primo a cui si pensa quando si parla di fattori problematici per l’ambiente. Gli aspetti che vengono in mente riguardano piuttosto i combustibili fossili, i trasporti o la filiera produttiva dell’energia elettrica. L’informatica, al primo impatto, sembra qualcosa di pulitissimo.
Le cose sono però diverse e a dimostrarlo ci pensa uno studio apparso sulle pagine del Journal of Cleaner Production. La ricerca in questione è un inventario molto dettagliato di tutto quello che riguarda il rapporto tra informatica e inquinamento. Gli studiosi si sono concentrati in particolare sull’influsso delle nuove tecnologie sul riscaldamento globale, prendendo in considerazione PC, smartphone e altri device.
Tecnologia ed emissioni di CO2: diamo qualche numero
I risultati del sopra citato studio su informatica e inquinamento sono a dir poco sorprendenti. Considerando i dati del 2007, è stato messo in luce come il contributo di smartphone, PC e altri device abbia rappresentato l’1% delle emissioni di anidride carbonica.
La situazione è ovviamente peggiorata nel corso degli anni e, ora del 2020, i numeri arriveranno a un preoccupante 3,5%. Nel 2040, invece, si arriverà a un impressionante 14%. Il trend deve essere tenuto sotto controllo: se proseguirà su questa strada, infatti, le emissioni provocate dai device tecnologici, a metà secolo, corrisponderanno alla metà di quelle del settore dei trasporti.
In tutto questo, è importante fare attenzione alle emissioni causate dallo smartphone, che sono destinate a passare da 17 a 125 milioni di tonnellate annue, con una crescita superiore al 700%. Un simile picco va ben spiegato. In primo luogo, bisogna ricordare che è normale che un settore che parte da valori bassi arrivi a percentuali a due cifre.
In secondo luogo, bisogna dire che, per quel che concerne lo smartphone, il problema non è legato al suo utilizzo ma più che altro alla sua produzione. Si tratta di un processo che parte da molto lontano, ossia dall’estrazione dei minerali che permettono di far funzionare i circuiti.
In questo novero, è possibile includere l’oro, ma anche le cosiddette terre rare, ossia l’ittrio, il lantanio e altri materiali che vengono estratti con un forte dispendio di lavoro umano, soprattutto in zone del mondo come la Cina e l’Africa.
Oltre a queste fasi, bisogna considerare anche tutto il processo riguardante la gestione della plastica e la produzione vera e propria del device che troviamo nei negozi. I dettagli appena ricordati possono essere visti come un vero e proprio atto di accusa nei confronti di produttori degli hardware e dei software, per non parlare delle compagnie telefoniche.
Queste realtà, con strategie di marketing che sono sotto gli occhi di tutti da tanti anni, impongono la sostituzione del proprio device quando va bene ogni due anni, anche se il vecchio apparecchio potrebbe essere utilizzato ancora. Degna di citazione è anche l’obsolescenza programmata, un altro aspetto importante che contribuisce notevolmente al peggioramento della corrispondenza tra informatica e inquinamento.
Come abbiamo visto, l’utilizzo dello smartphone ha un impatto ambientale minore rispetto alla produzione. Non bisogna però sentirsi completamente assolti dal momento che, ogni volta che si manda un messaggio o si scarica un contenuto, da qualche parte del mondo è in funzione un server assetato di energia.
Cosa si può fare allora? Un modo per migliorare la situazione riguardante informatica e inquinamento riguarda l’alimentazione dei server con energie rinnovabili. Molto utile può essere anche la scelta di costruirli in modo da sfruttare le differenze di temperatura per i processi di raffreddamento.
Ovviamente conta tanto anche la scelta del singolo utente, che può decidere di tenere lo smartphone per un lasso più ampio di tempo ed evitare di acquistare l’ultimo modello anche pochi mesi dopo aver comprato il proprio device.
