Materie prime: perché i prezzi sono saliti così tanto?
Dopo la pandemia i prezzi delle materie prime sono aumentati in modo netto, soprattutto a causa del lungo periodo di inattività degli impianti estrattivi e dell’improvvisa ripresa economica di paesi come la Cina e gli Stati Uniti.
Questi due eventi in particolare hanno determinato un incremento incontrollato della domanda di commodity, la cui scarsa disponibilità ha fatto alzare i costi, gettando la maggior parte delle imprese nel panico e facendo registrare un forte rallentamento della produzione.
Consumi in aumento e rincaro dei noli
Durante i primi mesi di lockdown dell’anno scorso, fra gli economisti si era diffusa la preoccupazione che, nel lungo periodo, i consumi post Covid-19 sarebbero potuti calare drasticamente. Questo scenario però, oltre a non essersi verificato, si è addirittura evoluto nella direzione opposta.
La forte ripresa cinese (e statunitense), infatti, ha causato un aumento incontrollato dei consumi e una corsa sfrenata per accaparrarsi le poche risorse disponibili. Visto che, allo stato attuale dei fatti, gli impianti estrattivi non sono ancora pienamente funzionanti, i costi sono lievitati senza controllo.
Ad aggravare ulteriormente la situazione ci ha poi pensato il settore dei trasporti che, soprattutto per i noli marittimi, ha fatto registrare un aumento davvero smisurato dei prezzi relativi alla movimentazione delle merci: si parla di circa il 628% in più rispetto ai numeri segnati a maggio del 2020.
Un altro nodo cruciale (che sta causando non poche difficoltà alla ripartenza di diversi paesi) riguarda le cosiddette “misure di salvaguardia”: una serie di norme istituite dall’Europa per scoraggiare le importazioni di acciaio da paesi extra UE, attraverso l’applicazione di dazi pari al 25%.
Tali misure sono state adottate in risposta ai dazi imposti dall’ex presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, ma in una situazione di emergenza come quella attuale sarebbe opportuno che venissero momentaneamente sospese per facilitare la circolazione di materie prime.
Quali sono le materie prime che costano di più oggi
Il sommarsi degli eventi sopra descritti ha avuto come conseguenza un aumento della domanda di materie prime e un corrispettivo incremento dei costi. Nonostante tutti i settori siano stati coinvolti da questa impetuosa ondata di rincari, i dati più preoccupanti derivano senza alcun dubbio dall’acciaio.
I prezzi del ferro (metallo fondamentale per la produzione di acciaio) sono ad esempio saliti in maniera vertiginosa, arrivando anche a toccare negli ultimi mesi picchi del +117%. Tale dato è da imputarsi in buona parte all’industria cinese, che da sola assorbe circa il 50% delle risorse globali.
A riscontro di quanto detto finora, basti osservare i produttori di laminati in Italia che hanno aumentato il prezzo dei coils a caldo, passando da 370 euro per tonnellata di giugno 2020 agli attuali 1.000 euro per tonnellata. Oppure i costi dell’inox passati da 1.900 euro per tonnellata del secondo trimestre 2020 agli attuali 3.000 euro per tonnellata.
Come anticipato, non è solo l’acciaio a preoccupare. Tra gli altri metalli che hanno subito rincari consistenti rientrano il rame (+47%), il nichel (+51%), lo zinco (+51%) e l’alluminio (+26%). Il legno ha subito gli effetti della crisi economica in primis con la branchia destinata ai pallet, che ha visto un rincaro del 20% (e si prevede possa arrivare al 30% nei prossimi mesi).
Nemmeno il settore delle plastiche è riuscito a contenere i costi. La causa principale è da ricercarsi nell’aumento del prezzo dei Brent (+148%) e di polimeri di riferimento per l’industria manifatturiera, quali l’etilene (+58%), il polipropilene (+34%) e il PVC (+42%).
