Riscaldamento globale e oceani: la minaccia CFC
I CFC o clorofluorocarburi sono dei gas estremamente dannosi per lo strato di ozono che protegge la Terra dalle radiazioni ultraviolette. Questi composti chimici (in particolare i CFC-11) sono stati prodotti in massa dalle attività umane negli scorsi decenni.
Visto che ad assorbire buona parte delle quantità emesse finora ci hanno in primis pensato gli oceani, i ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology) temono un pericoloso e imminente avvicinamento degli stessi al punto di saturazione.
La preoccupante minaccia dei CFC provenienti dagli oceani
I dati raccolti dagli scienziati sono piuttosto chiari: gli oceani rischiano di trasformarsi da pozzi di smaltimento per i CFC a veri e propri magazzini pronti a reimmettere tali sostanze nell’atmosfera. Allo stato attuale dei fatti non è più tanto questione di “se”, ma di “quando” questa eventualità si verificherà.
Le stime indicano il 2075 come l’anno in cui gli oceani raggiungeranno il picco massimo di saturazione e già dal 2145 si ritiene che le emissioni di CFC-11 saranno rilevabili con gli attuali metodi di misurazione. I valori restituiti dai diversi modelli usati per le previsioni, però, potrebbero essere fin troppo ottimistici.
Il riscaldamento globale, infatti, può giocare un ruolo fondamentale nell’accelerare il processo di saturazione. Un oceano più freddo ha una migliore capacità di assorbire i CFC e l’innalzamento delle temperature causato dall’inquinamento umano, rischia di abbassare drasticamente questa proprietà.
Stando alle nuove simulazioni effettuate, i ricercatori avvisano che, se non si prenderanno provvedimenti al più presto, i mari del mondo potrebbero cominciare a emettere nell’atmosfera quantità significative di CFC-11, già a partire dal 2130.
L’impatto dei CFC-11 sull’ozono
Una volta raggiunta la stratosfera, i clorofluorocarburi (e, come già detto, in particolare i CFC-11) innescano delle reazioni a catena che sfociano poi nel danneggiamento del prezioso strato di ozono.
Senza questo gas a protezione della Terra, le radiazioni ultraviolette provenienti dal sole sono troppo intense e risultano eccessivamente dannose per qualunque forma di vita presente in superficie.
Per tale ragione è stato istituito il Protocollo di Montreal: un trattato che coinvolge buona parte dei paesi industrializzati, stilato con lo scopo di ridurre le emissioni di sostanze minacciose per l’ozono. Questo documento si è rivelato fondamentale soprattutto per eliminare gradualmente i CFC-11 dalle attività umane.
In passato, i clorofluorocarburi erano largamente impiegati nella climatizzazione e nella produzione di schiume isolanti o di refrigeranti ma, grazie alla sospensione della loro commercializzazione cominciata nel 2010, ora sono praticamente scomparsi.
La “tregua” nell’impiego di CFC ha consentito agli oceani di riassorbire buona parte delle emissioni prodotte dall’uomo. Tuttavia, come anticipato, questi preziosi alleati sono ormai al limite e presto diventeranno loro stessi una fonte di emissioni nocive.
Come agire per limitare i danni
La scoperta dei ricercatori del MIT può rivelarsi estremamente utile, poiché dà modo ai governi di tutto il mondo di trovare soluzioni (laddove possibile) volte ad arginare il problema. Va però specificato che, per limitare l’innalzamento delle temperature globali, servono contromisure immediate unite a provvedimenti più drastici.
Il pianeta è attualmente in piena sofferenza e il protocollo di Montreal potrebbe non essere una risposta sufficientemente efficace. Vi sono ancora troppe nazioni che non rispettano quanto siglato negli accordi, con ritardi sull’abolizione di determinati prodotti o la totale inosservanza delle restrizioni imposte.
Serve quindi uno sforzo maggiore per eliminare definitivamente i CFC e tutti gli altri agenti inquinanti, che minacciano il delicato ecosistema in cui viviamo. Senza un impegno comune si rischia l’ulteriore aggravarsi degli stravolgimenti climatici e delle relative conseguenze.
