Transizione digitale negli studi professionali: a che punto è?
La transizione digitale negli studi professionali procede con una certa lentezza rispetto ad altri settori, dove la competitività è il motore responsabile della ricerca d’innovazione. Nonostante in questo contesto essa sembri avere un peso più modesto, va però precisato che i dati dimostrano comunque un’evoluzione attiva e animata dalla volontà di rimanere al passo coi tempi.
Ciò per il semplice fatto che nell’era del 4.0 i professionisti intendono la digitalizzazione come un modo per sviluppare nuovi servizi o modelli di business, un’opportunità per recuperare efficienza e la possibilità di instaurare migliori relazioni con i rispettivi clienti attraverso una user experince di eccellenza.
I dati aggiornati sulla transazione digitale negli studi professionali
Uno dei principali fattori che negli ultimi anni ha spinto gli studi professionali a focalizzarsi sulla transizione digitale è stata la pandemia di Covid-19. Come già avvenuto in altri ambiti, anche qui si è presto compreso che l’efficientamento dei processi deve necessariamente passare per la cosiddetta informatizzazione.
Stando agli ultimi dati raccolti, gli investimenti in ICT hanno fatto registrare rispettivamente un +8% nel 2020 e un +3,8% nel 2021. Come diretta conseguenza del fine stato di emergenza e della cancellazione di molte restrizioni sanitarie, nel 2022, la suddetta crescita si è però quasi del tutto azzerata, arrivando (secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano) a un misero +0,2%.
Allo stato attuale dei fatti, gli investimenti risultano piuttosto limitati e si assestano su poco più di 1,8 miliardi di euro: numeri confermati da una recente ricerca dell’Università di Pavia, la quale ha dimostrato che se due studi su tre non spendono più di 5 mila euro all’anno in innovazione digitale, solo il 9,2% si spinge fino a 15mila euro.
Ciò permette di decretare in maniera netta e indiscutibile che non tutti i professionisti del settore sono propensi a investire su approcci tanto agili quanto innovativi. Certo, i casi più virtuosi non mancano davvero ma, oggi, sono ancora tantissimi quelli che scelgono di rimanere ancorati a sistemi obsoleti.
Il fattore che più sembra frenare la digitalizzazione è quel vincolo culturale, che nei sondaggi ha superato di gran lunga gli impedimenti normativi e i timori legati alla sicurezza. Quando i professionisti optano per non aggiornare i propri metodi di lavoro, si assiste a un concreto allontanamento di tutti i clienti, che ormai vogliono soluzioni versatili, rapide ed efficienti.
Gli strumenti per accelerare la digitalizzazione
Tra i dati più preoccupanti annessi alla transizione digitale degli studi professionali, c’è quello che riguarda la limitatezza delle soluzioni adottate. Nella maggior parte dei casi, infatti, la miglioria tecnologica più innovativa apportata riguarda l’implementazione di un gestionale o di sistemi di restore.
Altre realtà più facoltose talvolta si spingono oltre, arrivando a integrare applicativi per la fatturazione elettronica, programmi per eseguire videochiamate e soluzioni per l’archiviazione a norma dei dati. Piccoli passi in avanti che, tuttavia, non rappresentano ancora una concreta esplorazione delle vere potenzialità offerte dalla digitalizzazione.
Sono infatti meno del 5% le imprese che hanno inserito nel proprio business tecnologie all’avanguardia, come Machine Learning, AI, Business Intelligence e Blockchain. Problema non da poco, che va risolto facendo comprendere alle figure professionali più scettiche il reale valore di tutto questo.
La capacità di acquisire, elaborare e analizzare grandi quantità di dati, infatti, si traduce in un effettivo miglioramento dei servizi proposti ai clienti. Ciò, oltre a generare una maggiore fidelizzazione, aumenta il prestigio dello studio stesso che, grazie a una posizione più rilevante nel mercato, può approfittare di nuove opportunità di guadagno.
