Riflessioni sulla politica energetica UE: come si può migliorare
L’attuale politica energetica UE presenta dei punti di forza, ma anche diversi punti deboli. Questa instabilità è dovuta principalmente allo scarso impegno di buona parte dei paesi firmatari degli accordi di Parigi nel raggiungimento della decarbonizzazione.
L’obiettivo del cosiddetto Green Deal europeo è quello di portare i 27 stati appartenenti dell’Unione Europea alla neutralità energetica entro il 2050, riducendo al contempo le disuguaglianze economiche fra i membri.
Nonostante la situazione imponga il raggiungimento di risultati immediati e ci sia piena consapevolezza da parte delle varie nazioni, questa ardua sfida ha bisogno di sforzi congiunti per essere superata.
Ricorso a fonti energetiche alternative
Uno dei principi cardine su cui si basano gli accordi europei sul clima, è quello relativo alla ricerca di fonti energetiche alternative. L’Europa chiede a tutti i firmatari che almeno il 20% dell’energia prodotta all’interno dei rispettivi confini territoriali derivi da fonti rinnovabili.
Seppur diversi paesi hanno fatto registrare un incremento nella produzione di energia verde (con il settore eolico in testa a tutti), vi è ancora una larga fetta di governi che predilige l’energia generata dalla combustione del gas.
Alcune stime prevedono che esso resterà preponderante per diversi anni nei paesi con una maggiore capacità estrattiva di carbone. Si parla addirittura di un incremento della domanda a causa della sua economicità produttiva.
Questa realtà è un campanello d’allarme che potrebbe far ritardare il raggiungimento degli obiettivi imposti dagli accordi di Parigi. L’Europa dovrebbe quindi intervenire in tal senso, arginando il problema con sanzioni e richiami più concreti.
A gennaio dell’anno corrente, l’UE ha provato a richiedere la sospensione della produzione di carbone a stati come la Germania e la Polonia (fra i più attivi nel settore), ma con scarsi risultati. Nell’ultimo aggiornamento sui livelli di consumo energetico (avvenuto nel 2018), i dati mostrano un trend negativo che vede ancora i combustibili fossili dominare il mercato dell’energia.
La politica energetica UE sbaglia il focus
L’energia verde non dovrebbe essere l’unica attività su cui punta la politica energetica UE. Il Green Deal, infatti, è un piano omnicomprensivo, che racchiude in sé oltre 50 strategie d’azione per combattere il problema del carbone su più fronti.
A detta degli analisti, la generazione di energia alternativa sta procedendo nella direzione giusta. Eolico e solare, ad esempio, sono ormai diventati commercialmente accessibili e fruibili da tutti a costi abbastanza contenuti. La vera sfida sta quindi nel sensibilizzare adeguatamente l’utente finale.
L’obiettivo primario dell’Unione Europea dovrebbe essere quello di concentrarsi sulla generazione della domanda di energia pulita da parte dell’industria pesante, del settore dei trasporti pesanti e dell’aviazione. Questi sono infatti gli ambiti in cui si generano le maggiori quantità di emissioni nocive e contro cui bisogna prendere i provvedimenti più immediati.
La transizione energetica nei suddetti settori è stata quella che è andata più a rilento negli ultimi 30 anni, forse anche a causa dell’incapacità dell’Europa di imporre alle grandi industrie le giuste restrizioni. Il cambiamento climatico però è già in atto da tempo e senza azioni tempestive in tal senso si rischia un futuro davvero cupo.
I lati positivi dell’impegno europeo
Nonostante alcuni passi falsi fatti durante un percorso di per sé tortuoso, bisogna ammettere che la politica energetica UE è fra le migliori e più efficienti al mondo. Nessun altro continente sta investendo così tanto nella lotta alla decarbonizzazione come l’Europa e questo costituisce un messaggio molto positivo.
Il rientro degli Stati Uniti negli accordi di Parigi è un valido esempio di come l’Unione Europea stia trainando gli stati extraeuropei verso il raggiungimento di una produzione energetica più sostenibile, a tutela del delicato equilibrio ambientale della Terra.
